Chiacchiere da pantano

Chiacchiere da pantano

di RENO BRANDONI

Ho vissuto la mia infanzia estiva a Ganzirri, quella invernale mi vedeva invece protagonista nella famosa metropoli chiamata Messina. Ganzirri è un piccolo paese a undici chilometri dalla grande città, dove di solito si andava a passare le vacanze estive, che all’epoca si avviavano nel mese di maggio per concludersi a ottobre, godendo del mare e della magica vista dello Stretto.

La caratteristica di questo paese erano i due laghi artificiali di acqua salmastra, poiché l’unica fonte di alimentazione era il mare grazie a due imboccature, una per il lago grande e una per il lago piccolo, difficilmente navigabili vista la loro dimensione: i canaloni.

Il nome, in gergo, di ‘pantano’, il lago lo ereditava proprio per il fatto che l’unica fonte di riciclo dell’acqua era quel buco che lo collegava al mare. Il sole e la bassa marea facevano di tutto per rendere l’appellativo sempre più idoneo, rendendo spesso l’olfatto testimone di tale degrado. Il fondale molto basso e melmoso veniva utilizzato soprattutto per l’allevamento delle cozze, che trovavano in quel bacino abbondante nutrimento. Ma per fortuna, quando pronte alla vendita, venivano spostate in mare per spurgarle e depurarle da ogni possibile batterio.

Da ragazzini, era uso aspettare che le collane di mitili subissero quest’ultima deportazione in modo che, animati dall’istinto più becero che accomuna quasi tutti gli adolescenti, e indossate maschere e pinne, potevamo immergerci sottraendo decine di chili di cozze, con le quali banchettavamo allegramente sulla spiaggia. L’età media dei mariuoli era di circa otto, dieci anni. Quando il furto avveniva troppo a ridosso del deposito in mare, quindi quando i molluschi non avevano avuto ancora il tempo di depurarsi completamente, molti di noi – oltre all’amato bottino – portavano a casa anche il tifo: una malattia batterica che all’epoca veniva curata con dolorosissime iniezioni. Non era ancora il tempo degli aghi indolori: se ne usava uno per tutti, grande, spesso spuntato, che andava bollito in una bacinella rettangolare di metallo.

Io presi il tifo due volte, a sei e otto anni. Ero un bambino precoce!

Però non voglio parlarvi di questo (anche se ho usato metà del mio spazio per farlo…), ma di una discussione che soleva consumarsi a tavola.

Vi spiego l’antefatto. Il consumo delle cozze rappresentava un’usanza consolidata, e nessuno avrebbe mai messo in dubbio che le cozze di Ganzirri fossero le migliori, relegando a ruoli minori quelle di Bari e – soprattutto – quelle di Olbia. Le spagnole non venivano prese neanche in considerazione, e il ‘cozzone’ delle Tremiti veniva considerato ‘fuori gara’, vista la sua esagerata dimensione.

Tutto scorreva tranquillo fin quando qualcuno, un giorno, propose di accompagnare gli spaghetti con un altro mollusco, di colore avverso e contrario: la vongola. Successe di tutto: gli irriducibili ne parlarono subito male, senza mai averla assaggiata; i più curiosi, dopo un’abbondante degustazione, concludevano con un ‘paraculeggiante’ «sì, buona, ma vuoi mettere…», che non voleva dire un bel niente. Comunque, si erano create due fazioni: i conservatori e i progressisti. Visti i componenti dei due gruppi, si poteva affermare che la cozza era di sinistra e la vongola di destra. Anche Giorgio Gaber ci aveva scritto una canzone, poi aveva tagliato la strofa, essendo un amante di entrambi i piatti e non volendo prendere posizione (questa su Gaber l’ho inventata, ma mi piaceva citarlo!).

Mise fine alla diatriba mio padre – la cui saggezza, già al tempo, aveva superato la sua maturità – esclamando con semplicità allarmante: «È solo una questione di gusti, e nulla vieta di apprezzare entrambi i molluschi!» Questa frase fu accolta con entusiasmo, sdoganò le resistenze dei più tenaci e tutti – con la serenità e l’armonia di sempre – iniziarono a scegliere di volta in volta, senza più alcun pregiudizio, il piatto di cui avevano più voglia.

Perché vi ho raccontato questa ‘parabola’? Perché mi è capitato spesso di assistere a lunghe ed estenuanti discussioni per definire la miglior chitarra tra Martin, Gibson e Taylor, tralasciando nella competizione strumenti ‘minori’ come Ibanez, Eko, Effedot, Takamine… e mi fermo qui, perché l’elenco sarebbe troppo lungo.

Questi discorsi mi annoiano e non hanno alcun senso, neanche quando il confitto aggiunge sul piatto le chitarre di liuteria, che – a detta di esperti – superano di gran lunga, ovviamente, ogni possibile comparazione con strumenti industriali, più dozzinali anche se costosi.

A questi amici, mi piacerebbe raccontare che il chitarrista che più mi aveva affascinato all’inizio della mia carriera era Robert Johnson: amavo quel suono spento e sincopato, che – solo successivamente – scoprii appartenere a una chitarra Stella da cinquanta dollari.

Se parlassi di questo, però, nessuno mi ascolterebbe!

Volevo scrivere un po’ di meno, ma la storia mi ha preso la mano ed è quasi ora di cena. Devo scappare. Indovinate quale sarà il menu di questa sera?

Buon fingerpicking!

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